Invece di forzare l’ingresso dei farmaci nel cervello, gli scienziati hanno rafforzato il sistema di eliminazione dei rifiuti per far regredire la malattia.
Per decenni la ricerca sull'Alzheimer ha cercato di eliminare le placche tossiche che soffocano i neuroni, con risultati limitati. Ma un nuovo studio, pubblicato su Signal Transduction and Targeted Therapy, suggerisce che forse la chiave non è distruggere le placche dall'interno del cervello, bensì riparare il sistema che dovrebbe eliminarle naturalmente: la barriera ematoencefalica.
Questa sottile interfaccia di cellule separa il cervello dal sangue, impedendo il passaggio di tossine e microrganismi, ma anche di molti farmaci. Negli anni, gli scienziati hanno cercato di "forzarla" con onde sonore o nanoparticelle per far entrare i medicinali. Il gruppo guidato da Giuseppe Battaglia (Ibec, Barcellona) e Junyang Chen (Università del Sichuan) ha invece scelto la strada opposta: ripararla.
Una barriera che non solo protegge, ma pulisce
La barriera ematoencefalica non è un muro, ma un filtro dinamico. Una delle sue funzioni principali è eliminare dal cervello le proteine di scarto, tra cui la famigerata beta-amiloide, il principale "rifiuto" associato all'Alzheimer. Quando la barriera si danneggia o invecchia, questo sistema di smaltimento rallenta e i rifiuti si accumulano, favorendo la neurodegenerazione.
Le nanoparticelle che riavviano il sistema
Gli scienziati hanno progettato nanoparticelle bioattive – vere e proprie "medicine supramolecolari" – capaci di imitare Lrp1 e di ristabilire il flusso di eliminazione dell'amiloide. Iniettate in topi geneticamente predisposti all'Alzheimer, queste particelle hanno ridotto le placche cerebrali di circa il 50% in un'ora e del 45% complessivo dopo tre dosi.
Ancora più sorprendente, i topi hanno recuperato memoria e capacità di apprendimento, comportandosi come animali sani. I benefici sono durati almeno sei mesi, senza segni di tossicità.
Un effetto "a cascata"
«Riparando il sistema vascolare del cervello, si riattiva la sua capacità di equilibrio -, spiega Battaglia - Quando la barriera torna a funzionare, il cervello riprende a eliminare non solo l'amiloide-beta, ma anche altre molecole dannose, permettendo all'intero sistema di rigenerarsi».
L'approccio rappresenta un cambio di paradigma nella ricerca sull'Alzheimer: non più soltanto eliminare le placche, ma ristabilire le difese naturali del cervello. Come commenta Lorena Ruiz Pérez dell'IBec, «la barriera ematoencefalica non è un ostacolo, ma un'interfaccia dinamica e riparabile, la cui disfunzione può essere corretta terapeuticamente».
Una speranza prudente
Lo studio, pur straordinario, è ancora in fase preclinica: i risultati riguardano topi, non esseri umani. Ma gli esperti lo considerano un passo importante. «Se riuscissimo a riattivare la stessa funzione protettiva nelle persone -, osserva Battaglia - potremmo migliorare la salute vascolare del cervello, ridurre l'infiammazione e potenziare anche l'efficacia dei trattamenti già esistenti».
Per ora, la scoperta apre una nuova strada: guardare al cervello non come a un organo isolato, ma come a un ecosistema in cui la salute dei vasi sanguigni e delle barriere protettive può decidere il destino delle nostre capacità mentali.
Fonte della notizia: www.ilsole24ore.com