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Disturbo cognitivo lieve, individuati possibili fattori di

Disturbo cognitivo lieve, individuati possibili fattori di "resilienza"

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Non tutti i pazienti con disturbo cognitivo lieve (Mild Cognitive Impairment, Mci) sono destinati a scivolare verso la demenza. È un punto chiave, spesso trascurato nel racconto pubblico delle malattie neurodegenerative, perché l'Mci è una condizione "di confine": più di un normale invecchiamento cerebrale, ma non ancora demenza, con un futuro clinico che può divergere in modo significativo da persona a persona. Le stime internazionali indicano che una quota rilevante di persone con Mci progredisce verso una demenza ogni anno, ma non esiste un destino unico: ci sono anche stabilizzazioni e, in alcuni casi, miglioramenti.

È dentro questa zona grigia che si inserisce un lavoro italiano che prova a spostare il baricentro della ricerca: non solo "chi è più a rischio", ma "chi resiste" pur avendo segnali biologici sfavorevoli. Lo studio si intitola "Electroencephalography-based signatures of cognitive resilience in individuals with stable mild cognitive impairment despite carrying a high-risk for dementia" ed è pubblicato sulla prestigiosa rivista statunitense Alzheimer's & Dementia. Prima autrice è Chiara Pappalettera, ingegnere biomedico e ricercatrice dell'IRCCS San Raffaele di Roma; responsabile del progetto e dello studio è il professor Paolo Maria Rossini, direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell'istituto romano.

Il cuore dell'indagine è questo: tra i pazienti con Mci esiste un sottogruppo che, nonostante biomarcatori e indicatori di rischio alterati, rimane clinicamente stabile. Capire come accade significa cercare meccanismi misurabili, replicabili e, un domani, potenziabili.

Il progetto INTERCEPTOR

Lo studio nasce nell'alveo di INTERCEPTOR, un programma avviato nel 2018 e sostenuto dal ministero della Salute e dall'Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) con l'obiettivo di intercettare precocemente i percorsi che portano alla demenza e di migliorare la capacità di stratificare il rischio nei pazienti con disturbi cognitivi lievi. Il quadro è coerente con una traiettoria della ricerca mondiale: se arrivano terapie che agiscono presto (o se si vuole capire chi ne trarrà davvero beneficio), servono strumenti affidabili per leggere la fase prodromica.

Secondo quanto riportato dall'IRCCS San Raffaele di Roma, il lavoro ha coinvolto 351 soggetti con Mci seguiti per tre anni. La valutazione iniziale è stata ampia e "multimodale": biomarcatori nel liquido cerebrospinale e nel sangue (amiloide e tau), genetica (in particolare Apoe), neuroimmagini (risonanza magnetica e Pet), elettroencefalogramma con analisi avanzata della connettività cerebrale, test neuropsicologici e valutazioni cliniche complete.

I numeri del follow-up

Alla fine dei tre anni, circa un terzo dei partecipanti ha sviluppato una demenza e una quota è risultata clinicamente riconducibile alla malattia di Alzheimer. Ma il dato che cambia prospettiva è l'altro: una parte significativa dei soggetti, pur avendo alterazioni in biomarcatori considerati «pesanti» (tra cui la riduzione del volume dell'ippocampo alla risonanza e segnali Pet), non ha mostrato progressione verso la demenza nello stesso arco temporale. È questo gruppo che i ricercatori definiscono, in sostanza, «stabile e resiliente».

Connettività, ritmi e reti efficienti

Per rispondere alla domanda cruciale ("come mai pazienti già a rischio e con biomarcatori alterati non peggiorano?"), il gruppo ha confrontato i tracciati dell'elettroencefalogramma di chi è progredito verso la demenza con quelli dei soggetti rimasti stabili.

Dai resoconti è emerso un profilo coerente: i soggetti che convertono mostrano segnali neurofisiologici compatibili con sofferenza corticale (più attività delta, meno alfa, rapporto delta/alfa più elevato), mentre i "resilienti" mantengono caratteristiche più "sane" sul versante del delta e mostrano un rafforzamento di aspetti legati all'alfa e alla connettività anteriore. In termini più semplici: non è solo un cervello "meno danneggiato", è un cervello che sembra organizzarsi meglio, compensare e ridistribuire risorse.

Rossini, nel racconto del progetto, sottolinea due elementi: una maggiore sincronizzazione e connessione dei lobi frontali per specifici ritmi, come se le aree anteriori lavorassero in modo più coordinato, e differenze nel rapporto tra ritmo alfa e ritmo delta, in particolare nel lobo temporale destro. L'alfa è tipicamente associato a uno stato di veglia rilassata e a dinamiche funzionali "ordinate", mentre il delta, se eccessivo in veglia, può essere un segnale di rallentamento e disfunzione.

Perché parlare di resilienza cambia il modo di pensare la demenza

Negli ultimi anni la ricerca ha provato a mettere ordine fra termini spesso usati come sinonimi: riserva cognitiva, riserva cerebrale, brain maintenance, resilienza. Un quadro concettuale proposto da Yaakov Stern e colleghi invita a usare "resilienza" come cappello più ampio, distinguendo tra capacità di compensazione e capacità di mantenere nel tempo un cervello più "integro" nonostante l'età o la patologia.

Il lavoro italiano, in questo senso, tenta un salto: tradurre un concetto teorico (resilienza) in schemi ricorrenti e riconoscibili nei tracciati dell'elettroencefalogramma potenzialmente misurabili e ripetibili. E lo fa in un contesto clinicamente realistico, con pazienti seguiti nel tempo e valutati con una batteria di biomarcatori "dura", dal profilo genetico alle immagini di cervello, fino ai marcatori amiloide/tau.

Non è un dettaglio. Se la demenza fosse solo l'esito inevitabile di un accumulo di rischio biologico, allora la previsione sarebbe semplice: più biomarcatori alterati uguale più peggioramento. Ma i dati clinici raccontano altro: esistono persone che, pur "cariche" di rischio, resistono. Il messaggio scientifico, quindi, è che la traiettoria non è lineare, bensì un equilibrio dinamico fra fattori patogeni e fattori protettivi, fra vulnerabilità e compensazione.

Fonte della notizia: www.ilsole24ore.com

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